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iconografia arte bizantina dal X al XIV secolo

alcune note

L'arte bizantina ha avuto modo di esprimersi nel corso di molti secoli ed in diversi luoghi. A Costantinopoli, in molti luoghi dell'antico oriente romano, ma anche in Italia (a Ravenna, Roma ed altrove) e poi in Russia ecc.

C'erano ovviamente dei collegamenti importanti con le esperienze dell'arte cristiana nell'ultima fase dell'Impero Romano.

Le espressioni dell'arte bizantina furono spesso collegate a questioni di carattere religioso e pertanto è spesso rilevante l'aspetto iconografico. Fra l'altro gli artisti si dovevano sovente attenere a certe tradizioni di rappresentazione. E talora c'erano alcune regole che attenevano "gli spazi" da considerarsi nel disegno, i modi di proporre le c.d. luci sacre , la previsione di riprodurre con disegni "piatti " Gesù, la Madonna e Santi. Quest'ultimo aspetto denotava una tendenza all'astrazione dell'immagine, all'evidente scopo di evidenziare la spiritualità dei diversi personaggi sacri (ma in epoca successiva ci furono però delle modifiche).

C'erano poi altre regolette che sorvoliamo ed attenevano pure questioni tecniche. I criteri tuttavia cambiavano un pò in base ai tempi ed ai luoghi. Non va poi tralasciato che ad un certo punto si erano anche diffusi alcuni modelli (la c.d. Madonna Odigitria ed altri). Una delle più antiche icone conservate in Italia è quella visibile a Roma nel Pantheon (fu donata nel 609 dall'imperatore Foca), mentre quella di Santa Maria in Trastevere è fra le più grandi del periodo altomedievale. Salvo che a Roma, le circostanze storiche vogliono che icone abbastanza datate siano attualmente nel monastero di Santa Caterina sul Sinai.

Qui accenniamo tuttavia ad alcuni aspetti iconografici che riguardano prevalentemente il periodo fra il X ed il XIV ed il sentimento della "tenerezza" che fu espresso in diverse opere d'arte.

La tenerezza , include ovviamente  delicatezza e dolcezza, ma anche diversi atti (esempio carezze), comunque mai invadenti. In senso figurato, la tenerezza è "sentimento di dolce commozione, di profonda, delicata dolcezza che nasce dall'amore, l'affetto, la compassione, il rimpianto ".

In questa pagina ci soffermeremo sulla gestualità della tenerezza nel periodo in esame, considerando in particolare quella fase storica che ha poi indotto gli artisti a produrre opere di grande slancio emotivo.

A questi fini è opportuno un piccolo preambolo che meglio contestualizzi l'arte figurativa bizantina ed in particolare il culto delle icone. Ad un certo punto della storia bizantina ci fu infatti la cosiddetta lotta iconoclasta. All'origine di questo contrasto si poneva la controversia teologica fra iconofili e iconoclasti sulla questione dell'indescrivibilità di Dio e la realtà dell'Incarnazione che lo aveva reso visibile.

antica Nicea
rovine ad Iznic (antica Nicea, luoghi del concilio anno 787) - Hagia Sophia

Già durante i lavori del Concilio di Efeso del 431 la questione era stata dibattuta e si concluse con l'affermarsi del concetto di Cristo che diventa uomo attraverso l'umanità della Vergine. Il tema, discusso per molto tempo, si andò articolando nel corso dei secoli, ed in occasione del secondo Concilio di Nicea, nel 787, le omelie di Giovanni Damasceno tesero a chiarire il passaggio della circoscrivibilità in immagine del Cristo - uomo.

Nella chiesa bizantina dopo l'iconoclasmo l'arte diviene ancora più inseparabile dalla teologia. Proprio alla luce dell'Incarnazione si vuole dimostrare l'impossibilità di una concezione neutrale dell'arte.

Le dottrine degli iconoduli e i loro commentari sull'Incarnazione avevano presto avuto un effetto sulla elaborazione del programma iconografico delle chiese e sulla comparsa di alcuni soggetti e cicli, come l'Infanzia di Cristo e l'Infanzia di Maria. Dalla seconda metà del XII secolo si impone un fattore nuovo in rapporto ai valori dell'estetica bizantina tradizionale, che modifica il contenuto di numerosi soggetti e ne influenza lo stile. I personaggi sacri, fino a quel momento sostanzialmente impassibili, si umanizzano un pò.

Venuta meno la divina serenità le figure bizantine perdono quindi il loro aspetto atemporale e si immergono in un tempo storico, evidenziando spesso il loro lato umano.


icona di Vladimir
icona di Vladimir, foto wikipedia
il dipinto è presso State Tretyakov Gallery-Mosca


Uno dei tipi iconografici esemplari rispetto a questo radicale cambiamento è la Madonna Eleusa, o Madonna della Tenerezza, che appare in sporadiche rappresentazioni tra X e XI secolo e conosce una buona diffusione nella prima parte del XII. La sua realizzazione più celebre è l'icona della Madre di Dio detta di Vladimir, realizzata a Costantinopoli intorno al 1130. Maria preme la gota del bambino contro la sua, mentre Gesù cinge il collo della madre, in un gesto lieve ed espressivo ma anche naturale ed intimo.


particolare di tavola di Duccio di Buoninsegna
presso il Kunstmuseum di Berna (foto wiki)

Il tipo della Madonna della Tenerezza richiamerà interesse anche in Occidente, in particolare in Italia dall'inizio del XIII secolo. Un esempio per tutti la Maestà  trecentesca, attualmente a Berna, che fu realizzata da Duccio di Buoninsegna. Ma ha anche una certa notorietà il dipinto analogo conservato nella cattedrale di Cambrais in Francia (l'icona di Notre-Dame de Grace pervenne comunque dalla Toscana). 

Dal XII secolo sono poi molto interessanti individuati cicli pittorici realizzati in alcune chiese bizantine.


l'affresco nella chiesa di St. Panteleimon a Gorno Nerezi in Macedonia (foto wiki)
In questo contesto, risalente al XII secolo, c'è un interessante ciclo di dipinti

I casi sono quelli della Deposizione dalla croce e del Lamento sul Cristo morto, in cui la Vergine straziata dal dolore si abbandona agli ultimi gesti d'amore nei confronti del figlio. Troviamo esempi di questo tipo di rappresentazioni a Nerezi (in Macedonia) ed a Pskov in Russia. E' interessante notare come si riproponga lo stesso movimento che caratterizza l'affetto e il legame tra madre e bambino nell'icona: di nuovo, la gota della Madonna preme contro quella del figlio con la stessa intensit&grave, ma se nell'icona il piccolo cingeva il collo della madre, in questo caso è la mano della Vergine che sostiene la testa del Cristo moribondo. Nell'ora della morte, la cura e la tenerezza restano molto simili:  Cristo che è Dio, il Salvatore del mondo, in questo momento è uomo e "figlio" senza lettera maiuscola, vita che muore, e la Santa Vergine ne è madre, e tocca e accarezza il corpo con la dolcezza di tutte le madri della storia dell'umanità. Per un osservatore più consapevole viene ribadita ed esaltata la natura umana del Cristo, una professione di fede verso il dogma dell'Incarnazione.


Sul solco di questa affermazione teologica affreschi di diverse chiese bizantine sono talora dedicati anche ad episodi dell'infanzia di Cristo e della Madonna.

Di questi argomenti però i vangeli canonici risultano essere abbastanza poveri, e per questo motivo i riferimenti sono spesso nei vangeli detti apocrifi.

In particolare alcune vicende sono meglio narrate nel Vangelo dello pseudo Matteo, risalente almeno in parte ai secoli VII e VIII, e nel Protovangelo di Giacomo, redatto probabilmente in Egitto verso la metà del II secolo.


mosaico nella cappella Palatina del Palazzo dei Normanni di Palermo

Soffermiamoci ad esaminare il celebre episodio della Fuga in Egitto- realizzato in mosaico- sulla parete meridionale della Cappella Palatina nel Palazzo dei Normanni di Palermo. La scena acquisisce dagli Apocrifi un personaggio particolare, Giacomo, il figlio che Giuseppe doveva aver avuto dall'unione precedente. Questo Giacomo che nella rappresentazione segue l'asino non è menzionato nei Vangeli Canonici.

Ma un altro è il dato che più ci preme segnalare: al contrario dell'iconografia classica della Fuga in Egitto, che vede il bambino in braccio alla Madonna, in questo rara rappresentazione del tema troviamo Gesù sulle spalle di San Giuseppe, con una mano posata sul capo del padre, che con le mani gli tiene stretta una gamba, per non farlo cadere. Di nuovo, ci troviamo di fronte al desiderio di voler rappresentare -attraverso un gesto naturale- la cura e la tenerezza di un padre per il proprio figlio. Solo le aureole segnalano divinità e santità dei personaggi.


 Fuga in Egitto, affresco in S.Biagio-San Vito dei Normanni (Brindisi)
foto Vincimanno Capograssi (wiki)

Ancora più significativo a livello emotivo, seppure di fattura meno ricercata ed un po' danneggiato, è l'affresco nella grotta dedicata a S. Biagio a San Vito dei Normanni, in Puglia.

Qui il bambino è a cavalcioni con entrambe le gambe sulle spalle di S. Giuseppe e, invece che lievemente poggiate sulla testa come nella Palatina, si regge con le manine al volto del padre, accarezzandone la barba bianca, per non cadere. Anche in questo caso una delle mani del santo si cura di tenere saldamente il polpaccio del bambino. Una presa che svela una delle poche espressioni di tenerezza concessa all'uomo: se la madre può permettersi di accarezzare, abbracciare, stringere un bambino solo per il solo valore di quel gesto, la tenerezza paterna sarà tradotta in un contatto fisico dolce ma allo stesso tempo necessario e di sostegno


dettaglio da una foto di Josè Luiz Bernardes Ribeiro
la piccola Maria è accarezzata dai genitori -San Salvatore in Chora -Istanbul

Troviamo un ulteriore gesto di tenerezza in un momento particolare descritto nella sola versione armena e siriana del Protovangelo di Giacomo. L'episodio fa parte del racconto dell'Infanzia di Maria, comunemente conosciuto come La vergine coccolata da Gioacchino e Anna, scena conosciuta come la "Kolakeia " (la carezza). Le rappresentazioni di questo soggetto sono infrequenti, ma un pregevole esempio è il bel mosaico nella chiesa di San Salvatore in Chora, della prima metà del XIV secolo. Gioacchino e Anna sono seduti, rispettivamente a destra e a sinistra, chinati su Maria bambina. La bimba, che sta per ricevere il bacio del padre, ha il viso rivolto verso l'alto, verso Gioacchino, e pone la mano sul volto della madre.

Il tema, molto raro, si ritrova anche in un'altra chiesa bizantina, a Creta, la Panagia Mesohoritisa di Males. Qui- in un affresco molto rovinato- si possono ancora riconoscere i tre personaggi e la delicatezza dei loro gesti. Anche in questo caso il ruolo del padre è sì di tenera complicità e partecipazione, ma anche di protezione: San Gioacchino, la cui testa è più alta delle altre, si piega verso le due figure femminili, mentre S. Anna tiene in braccio la piccola. Alle lacune dell'immagine supplisce la scritta in greco che sovrasta un pò la rappresentazione pittorica.

Il desiderio di affermare e rappresentare la natura umana di Cristo, dal IX secolo in poi, in difesa del culto delle immagini, porta nell'arte cristiana un cambiamento importante: il linguaggio pittorico dell'immaginario religioso si arricchisce dell'espressività umana, un terreno fino a quel momento trascurato dall'arte cristiana. Non sorprende neanche che il veicolo di una svolta così profonda sia la figura della Madre di Cristo. L'amore di una madre per il figlio ed i gesti conseguenti poi hanno valore universale ed attengono a tutti i tempi della storia
 


Buona parte di questa pagina deriva da un buon articolo di Giulia Fasello pervenuto alla redazione ma molto modificato per motivi solo tecnici.

 


pittura nel monastero serbo di Dečani (Kosovo)


importanti icone sono nei monasteri di Monte Athos
foto Y. Papadimitriou


icone bizantine numerose in Russia ed anche a Venezia


cupole di San Basilio (Pokrovsky) a Mosca, foto © Fedor Patrakov


cupole di San Marco a Venezia, foto © Russell Curtis

Le vicende storiche indussero molti artisti del passato a seguire i canoni dell'arte bizantina anche esternamente all'area dell'antico impero di Bisanzio. Sono notissime le icone russe. Tuttavia anche a Venezia ci fu un buon interesse per tale tipo d'arte. Fra l'altro la Repubblica di San Marco fino al 1669 controllò l'isola di Creta dove fu attivissima un'importante scuola pittorica alla quale si formò anche un pittore come El Greco nato nel 1541 nella Candia veneziana.


 

 

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