1988 e tutti anni
successivi: navi cariche di residui industriali che vagano nel
Mediterraneo alla ricerca di un ancoraggio dove sia possibile disfarsi
dell'ingombrante carico; convegni sull'ecologia, ministri dell'Ambiente
indaffaratissimi; magistrati in allarme.
Il problema dei residui
industriali è ad un punto elevato di criticità, ma è sempre esistito anche
se in passato la natura sembrava conservare intatta la sua forza quasi
sovrannaturale, sconosciuta in molti suoi meccanismi, spesso divinizzata e
temuta. Comunque sorprendente. Anche oggi ci meravigliamo se dalla
televisione apprendiamo che in un fiume americano sono stati scoperti
batteri che distruggono i residui plastici.
Fino a non molti anni fa
semplicemente non ci si pensava; forse c'erano problemi più immediati, si
ignoravano meccanismi fisici o chimici ed i residui industriali venivano
semplicemente depositati dove veniva comodo, senza pensarci troppo.
Gli esempi non mancano. In
taluni casi non è neanche necessario andare tanto lontano da zone oggi a
rischio, mentre è istruttivo andare anche molto indietro nei secoli, calarsi
nel buio della storia piu' antica.
Golfo di Baratti (di
fronte all'isola dell'Elba), tre pallini sulla carta geografica indicano il
sito di Populonia. E' qui forse l'esempio più illustre a proposito di
residui industriali. Vere colline con un peso che da taluni è stato
calcolato in due milioni di tonnellate di scorie ferruginose. Ma non sono il
risultato di qualche impianto Italsider o di qualche manifattura del
Granduca di Toscana.
Gli industriali che hanno
fatto il "guasto " parlavano una lingua che ancora oggi non ci e'
completamente nota: erano infatti etruschi, a proposito dei quali, anche su
riviste tecniche, ci si chiedeva talora dove "ricavassero l'oro che sapevano
così abilmente lavorare ".
Su Populonia hanno scritto
storiografi antichi come Timeo, Varrone, Servio e Strabone. Per rendersi
conto di quanto e' successo e' tuttavia sufficiente recarsi sul luogo con un
buon archeologo o semplicemente bighellonare sulla bella spiaggia di
Baratti; proprio sull'arenile di scorie se ne possono raccogliere a volontà.
La storia di Populonia si
può raccontare brevemente. Gli etruschi prendevano la materia prima
dall'Elba e la lavoravano a Populonia probabilmente perchè in quella zona
c'era un'argilla ottima per i forni e comunque perchè l'ubicazione
facilitava la successiva commercializzazione del semilavorato. In ferro e
talora in rame.
La lavorazione era
ovviamente rozza. Ad alcune fasi manuali (frantumazione e cernita dei
minerali), seguiva l'uso del forno, che era naturalmente molto elementare:
un rivestimento in argilla, un condotto per l'aria, una fuoriuscita per le
scorie. In alto venivano sistemati carbone ligneo e minerale grezzo. Nella
camera inferiore finiva il metallo fuso che defluiva dall'alto. Le scorie
uscivano dall'apposita apertura ed, essendo i forni collocati su collinette,
scivolavano in basso.
Da qui l'accumulo di una
quantità enorme di scorie che , fra l'altro, sono state utilizzate in tempi
più recenti e con migliori tecniche (avendo ancora un'elevata quantità di
ferro) e che sono state anche insperata risorsa durante il primo conflitto
mondiale.
L'importanza di Populonia
nel mondo antico fu elevatissima e di grande rilevanza sono i reperti
individuati nella zona . Per restare in campo industriale basta citare un
forno abbastanza avanzato che è stato trovato a Madonna Calcinaia, vicino a
Campiglia.
Ma continuiamo a parlare di
scorie industriali datate. Un altro grosso traffico commerciale nell'antichità
pre-romana è quello della porpora.
Il rinvio ai Fenici è
d'obbligo. Il colore del prodotto (phoinix) ha praticamente dato il
nome a questa popolazione . Il pigmento necessario per la colorazione della
stoffe veniva fabbricato raccogliendo sulle coste mediterranee molluschi
delle specie Brandaris, Erinaceus, Trunculus e quelli demoninati "Purpura".
Il processo di lavorazione
era il seguente: dopo un periodo di conservazione in capaci vasche, veniva
infranta la conchiglia che ricopriva il mollusco e quindi, utilizzando anche
l'acqua marina, si ricavava il colorante mediante un processo di macerazione
dei molluschi.
Anche qui si era alle prese
però con un grosso problema di scorie da lavorazione industriale, aggravato
dal fatto che vi era contenuto materiale organico in decomposizione. I resti
di lavorazione erano perciò nauseabondi ed insopportabili vicino ai luoghi
abitati. A nostra memoria esistono ancora enormi banchi di gusci frantumati.
Per restare in Italia,
banchi di questo genere si possono rintracciare, per esempio, a Mozia (la
famosa isoletta collegata a Marsala da una strada fenicia ormai sommersa),
in quella che gli archeologi chiamano "zona industriale".
A Sidone (in Fenicia) il
cumulo dei rifiuti provenienti dalla lavorazione della porpora ha
un'altezza, ancora oggi , di circa 40 metri. Niente male ! ...Ovviamente a
Roma non possiamo infine dimenticare l'esistenza del Monte dei Cocci
formato in alcuni secoli da continue accumulazioni di anfore non più
utilizzabili (foto di seguito).

A proposito dei rapporti
con il mondo naturale e l'ambiente anche altre popolazioni non
mostravano eccessiva sensibilità . Cosa si dovrebbe pensare oggi se, come i
Nabatei, qualcuno si accingesse a scavare nella roccia una città
indimenticabile come quella di Petra (moderna Giordania) costruita come
centro commerciale e carovaniero ?
E cosa di direbbe se, come
si fece nell'antica Pergamo, si facesse strage di agnelli per sopperire alla
necessità di "pergamena" di una biblioteca che fu seconda solo a quella di
Alessandria ?
Il problema dei rapporti fra
uomo e natura è antico. Basta trovare il giusto equilibrio. Forse è
sufficiente non pretendere come quel re Creso dell'antica Sardes e
dell'antica Lidia di voler vivere con tutti i fasti.
Restando agli antichi ci si
può intanto rallegrare che già essi non utilizzassero gli idrocarburi ed i
vari derivati del petrolio che tanti problemi stanno creando agli equilibri
ambientali . Non perchè , come si può pensare, non li conoscessero. Già i
greci indicavano con asphaltos e bitumen gli attuali asfalto e
bitume, mentre con naphtha intendevano il petrolio liquido. Li
usavano anche di tanto in tanto, sebbene non per gli usi che noi conosciamo.
A parte varie testimonianze,
un pane d'asfalto conservato al Museo di Chieti ne è la prova. Come posteri
di quell'epoca si può essere soddisfatti di quest'uso così limitato. Ma , a
loro volta, cosa penseranno i nostri posteri.
A.P.